Quando Colombano lasciò l’Irlanda, verso la fine del VI secolo, il mare non era solo acqua: era una soglia. Aveva poco più di quarant’anni, una formazione monastica rigorosa e un’inquietudine che non gli permetteva di restare. Come molti monaci irlandesi, sentiva che l’esilio volontario — la peregrinatio pro Christo — era una forma alta di fedeltà: partire per non tornare, affidarsi a Dio e alla strada.
Sbarcò sulle coste della Gallia con dodici compagni. Il mondo che trovò non era il deserto dei padri, ma un’Europa ferita: regni merovingi instabili, città in declino, una Chiesa spesso potente ma stanca. Colombano camminava, predicava, fondava. A Annegray, tra i boschi dei Vosgi, costruì il primo monastero: un luogo selvaggio, freddo, povero. Poi vennero Luxeuil e Fontaine, che divennero centri spirituali vivi, attraversati da uomini in cerca di disciplina e senso.
Ma Colombano non era un uomo accomodante. La sua regola era dura, la sua parola tagliente. Non temeva di rimproverare re e vescovi, di denunciare scandali e compromessi. Questo lo rese ascoltato, ma anche scomodo. Quando si oppose apertamente alla corte burgunda, fu costretto all’esilio.
Da lì il cammino riprese, come se la strada fosse la sua vera casa. Attraversò la Gallia, seguì il Reno, entrò in terre che oggi chiameremmo Germania e Svizzera. A Bregenz, sul lago di Costanza, tentò di evangelizzare popolazioni ancora legate ai culti antichi, abbattendo idoli, parlando una lingua che non conosceva, affidandosi più ai gesti che alle parole.
Ancora una volta dovette partire. Ormai anziano, superò le Alpi, scendendo in Italia. Il viaggio fu duro: passi innevati, sentieri impervi, il corpo stanco che non reggeva più come un tempo. Eppure non si fermò. A Bobbio, nella valle del Trebbia, trovò finalmente un luogo dove restare. Qui fondò l’ultimo monastero, che divenne presto un faro di cultura, fede e trasmissione del sapere in un’Europa che rischiava di dimenticare se stessa.
Colombano morì a Bobbio nel 615. Aveva attraversato mezza Europa a piedi, lasciando dietro di sé monasteri, manoscritti, regole, lettere. Ma soprattutto aveva tracciato un modo di camminare: non per conquistare, ma per cercare; non per stabilirsi, ma per essere fedeli a una chiamata.
Il cammino di san Colombano, oggi, segue quelle tracce: Irlanda, Francia, Germania, Svizzera, Italia. Ma più ancora di un itinerario geografico, è un percorso interiore, fatto di silenzio, sradicamento e fiducia. Un cammino che insegna che a volte, per trovare una casa, bisogna prima avere il coraggio di perderla.

Una parte del Cammino di San Colombano, in Lombardia, va da Chiavenna a Milano e passa anche dal lago di Garlate (scoprilo qui: https://appuntisemplici.com/2026/01/06/lago-di-garlate-garlate-lc/ ) e dal lago di Olginate.
Dopo aver camminato lungo il lago di Garlate dal lato di Garlate, appunto, sono arrivata fino al Lungolago Martiri della Libertà, dove ho potuto visitare la Panchina Gigante Letteraria dedicata ai Promessi Sposi, la Gueglia spiaggia – un piccolo angolo di natura mentre si cammina tra il paese e il lago.




Seguendo il lungolago si arriva alla Diga di Olginate, che divide il fiume Adda e camminando, lasciamo alle spalle il lago di Garlate ed entriamo nella zona del lago di Olginate.


Io purtroppo non sono riuscita a percorrere molto intorno a questo lago perché mi é subentrato un forte dolore al tallone e dovevo ancora fare tutto il percorso a ritroso, ma non mancherà una seconda volta in questa zona molto tranquilla e rilassante nella provincia di Lecco.


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